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La testa del Laocoonte

   

La inserisco tra i miei lavori più importanti, in quanto rappresenta in assoluto, sia pure come copia di un gesso, il mio primo vero "successo" realizzato all'età di 16 anni, nel 1986. In quell'anno iniziai per la prima volta a scuola la materia di modellato. La mia professoressa Francesca Alparone, incominciò a darmi le basi per la modellazione della creta e già dal primo lavoro che feci, ritenne opportuno suggerirmi di copiare i gessi più complicati. Mi chiese quindi se me la sentivo di fare già da subito come secondo lavoro, qualcosa di più impegnativo. Affascinato da quell'espressione sofferente che mi comunicava il busto del Laocoonte, lo scelsi senza pensare alla difficoltà del soggetto.

 

 

 


Cenni storici sulla statua del Laocoonte

Scultura greca della scuola di Rodi (I sec. d.C.)
raffigurante Laocoonte e i due figli intenti nell'eroica lotta
contro giganteschi serpenti


Il gruppo marmoreo del Laocoonte venne alla luce nel 1506 in una vigna sull'Esquilino, in un campo vicino al Colosseo. Identificato attraverso la descrizione che ne aveva dato Plinio il Vecchio nel palazzo di Tito, fu acquistato subito da papa Giulio II per la cappella centrale del lato sud del Belvedere.

Michelangelo nel 1506, venuto a sapere del ritrovamento scultoreo, si precipitò ad ammirare e capi subito di trovarsi davanti alla scultura definita da Plinio, nel I sec. d.C.: "al disopra di qualunque opera dipinta o scolpita".

La scultura un tempo faceva parte della collezione della "Domus Aurea" di Nerone. Michelangelo s'ispira alla figura centrale del padre per alcune sue opere come il "Mosè". Papa Giulio II della Rovere, mecenate del Rinascimento, paga un capitale per il gruppo marmoreo e lo fa trasportare nel suo cortile privato. Nove anni dopo, Francesco I, vittorioso Re di Francia - che più tardi attirerà Leonardo alla sua corte - pretende la scultura come bottino di guerra. ma il successore di Giulio II, Leone X de'Medici, che non accetta di separarsene, la fa copiare in segreto. Di fatto il gruppo viene portato a Parigi molto tempo dopo, da Napoleone, e torna in Italia dopo la sua sconfitta definitiva.

Il gruppo fu ammirato per il suo straordinario realismo e per la capacità di descrivere gradi diversi della sofferenza umana: la paura, il dolore, la morte. Si tratta di un'opera spartiacque che segna la transizione dalla scultura greca "idealizzata" a quella romana.

Il braccio destro del padre fu ritrovato solo nel 1905 in una bottega romana dall'archeologo Pollak e riunito al gruppo marmoreo originale rivedendo interamente l'errata ricostruzione iniziale.

 

 

 


L'originale si trova ora nei giardini del Vaticano a Roma. Il "cortile delle statue" in Belvedere nasce così per volontà di Giulio II e del Bramante come un ambiente naturale dove i marmi antichi sono calati in un continuo susseguirsi di acque, piante di aranci, limoni, mirto e alloro. Un ambiente in grado di accogliere il pontefice ed i suoi visitatori trasportandoli nel passato tra i giardini e le raccolte d'arte degli antichi.


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